Steve Rogers e Bucky Barnes: due uomini che sono stati molto più che semplici amici. Il più anziano dei due era visto dall’altro quasi più come una figura paterna, nonostante ci fossero pochi anni di differenza tra loro, che come un fratello maggiore. Nel corso dei decenni si sono diffuse molte storie su come si sono conosciuti, su come un ragazzino divenne la spalla di Capitan America, forse nemmeno loro adesso saprebbero dire quale sia quella vera. Poco importa, perché oggi questi due uomini che un tempo erano amici fraterni ora si trovano si fronti opposti e l’uomo di nome Steve Rogers è assolutamente deciso ad aiutare l’amico a ritrovare la strada giusta. Lo farà a qualunque costo, dovesse costargli la vita.

 

 

#2

 

DOSSIER: SOLDATO D’INVERNO

 

(PARTE SECONDA)

 

PASSARE ALL’ATTACCO

 

di

Carlo Monni & Carmelo Mobilia

 

 

Una base segreta nel sottosuolo di New York City, due giorni prima.

 

<Tra due giorni a Washington si terrà una seduta della Sottocommissione Terrorismo , Non Proliferazione e Commercio. Parteciperà anche il congressista Andrew Bolt. Io e Nick sospettiamo sia la prossima vittima del Soldato d’Inverno.>

Steve parlava con voce ferma e decisa. Tutti lo ascoltavano con attenzione.

< Niente costumi, niente maschere, agiremo in incognito. Io starò all’interno, piantonando il lato Ovest. Nomad, tu starai dal lato opposto del palazzo. Sharon, tu contatterai Bolt e lo convincerai ad accettare la nostra protezione e una volta che saremo entrati in azione, dovrai evacuare l’area e portarlo al sicuro. Infine, la Vedova Nera sorveglierà l’esterno, e qualora riuscisse a fuggire, lo fermerà con questo.> mostrò ai tre soci un sofisticato fucile smontabile. <È a lunga gittata, per cui non tenere conto della distanza.>

<Un fucile?> chiese Yelena <Avevo capito che non lo volevate morto …>

<E hai capito bene.> le rispose Steve < Il nostro compito è neutralizzarlo, infatti l’arma è caricata con questi> le mostrò un dardo appuntito.

 <Sono dei narcotizzanti. Se lo centri con uno di questi lo farai dormire e potremo consegnarlo allo S.H.I.E.L.D.  Avete capito tutti cosa dovete fare?>

 

 

Rayburn House Office Building, Washington D.C. Ora.

 

<Tu!> gridò il Soldato d’Inverno, tra il sorpreso e il furioso.

<Si io. E stavolta non ti lascerò andare Bucky.> rispose Steve Rogers.

Come l’ultima volta, in Siberia , i due ex alleati cominciarono una lotta corpo a corpo: il Soldato d’Inverno si liberò dalla presa di Steve e cercò di colpirlo con un gancio sinistro che il supersoldato americano schivò, sapendo la pericolosità del braccio bionico. Il movimento gli fece volare via gli occhiali che indossava come copertura. Ricambiò l’attacco colpendolo con un pugno allo sterno.

<Bolt, vada via! Corra!>

Seguendo l’ordine del suo biondo protettore il congressista Bolt si mise a correre nella direzione indicatagli, e sebbene non fosse veloce come il suo famoso omonimo giamaicano, arrivò infondo al corridoio in pochi minuti. Ad attenderlo c’era Sharon travestita come una graziosa hostess bionda dai capelli raccolti.

<Mr. Bolt, venga! Da questa parte!>

<Questa volta ti ucciderò!> gli urlò l’ex Bucky, cominciando a sferrargli colpi violenti che l’ex Cap parava.

<No, questa volta tu verrai con me!> ribatté l’altro e gli sferrò un altro pugno, stavolta al volto.

Nel frattempo., parlando attraverso l’auricolare che tutti i componenti del gruppo portavano, Nomad lo informò del suo arrivo.

<< Steve, sono Jack. Tienilo lì, sto arrivando!>>

Il Soldato era un brillante lottatore, ma era abituato ad essere lui a cogliere di sorpresa l’avversario e non il contrario. Non riusciva a concentrarsi sul combattimento, specie con un avversario tanto agguerrito e preparato. Da parte sua invece, Steve, era determinato come non mai, evitava gli attacchi e lo colpiva con vigore, cercando un veloce KO. Evitò un colpo alla gola e gli diede una gomitata dritta sullo zigomo, seguita da un poderoso calcio al tronco che gettò l’avversario a terra. Sembrava inerme sconfitto, ma Steve sapeva bene che non era così. C’era cascato in Russia, ma non stavolta. Lo vide infatti estrarre dallo stivale il suo coltello; se si fosse inavvertitamente avvicinato, si sarebbe beccato una coltellata. Sorprendentemente però il Soldato d’Inverno scattò in piedi e si diede alla fuga, correndo nella direzione opposta a dove si trovava il suo avversario. Steve gli corse subito dietro: era più veloce e lo avrebbe raggiunto in pochi secondi ma quello che gli occhi d’aquila di Steve Rogers non gli videro fare fu prendere un minuscolo detonatore. Superato un certo punto del corridoio infatti ci fu un’esplosione e la conseguente onda d’urto lo allontanò dalla sua “preda”, lasciandolo a terra, stordito e momentaneamente assordato.

<Nomad! Sta correndo verso di te!> gridò mentre si rialzava e soccorreva le persone rimaste ferite.

Non molti metri dopo infatti Jack Monroe, vestito da agente della Polizia del Campidoglio, si lanciò sul Soldato d’Inverno.

<Così sei tu il nostro uomo eh? Non mi sembri così tosto!> lo mise schiena a terra e si accanì su di lui, prendendolo a pugni, ma non appena il suo sguardo si pose sul volto del suo nemico si bloccò di scatto perché, nonostante avesse i capelli un più lunghi e le ferite procurategli dai pugni subiti, Jack non poté non riconoscere quella faccia così rassomigliante alla sua. Un secondo di esitazione però fu sufficiente al Soldato per liberarsi del suo assalitore: con il taglio della mano gli colpì la gola, facendogli mancare l’aria, poi gli diede un pugno col suo braccio bionico. Una volta in piedi, lo finì con un calcio all’addome.

Riprese la corsa verso la hall, rallentando poi il passo e confondendosi tra la folla in uscita. Per sua fortuna, a quanto pareva, non era stato dato alcun allarme. Le guardie non prestarono particolare attenzione a lui: chi esce non è mai un pericolo dopotutto, ovviamente stavolta sbagliavano. Un paio di passi ed oltrepassò il colonnato per ritrovarsi in Indipendence Avenue. Senza mostrare fretta svoltò a sinistra e si avviò verso la fermata della metropolitana.

 

 

Sul tetto dell’adiacente Longworth House Office Building

 

Yelena Belova, vestita della sua attillata tutina nera che le lasciava scoperto l’ombelico, accarezzava il grilletto in attesa che venisse il suo momento. Quell’arma era semplicemente perfetta: leggera, maneggevole, poco ingombrante e molto precisa. Aveva una capacità di tiro su lunghe distanze davvero impressionante. Lo S.H.I.E.L.D. aveva armamenti di qualità superiore, non si poteva negare, roba che quasi nessun governo, compreso il suo, aveva a disposizione. Per tacere del fatto che grazie a Nick Fury non aveva avuto difficoltà a salire sul tetto di quel palazzo, che come quello di fianco ospitava gli uffici della Camera dei Rappresentanti. Non le sfuggì l’ironia insita nel fatto che lei, una russa, cercava di catturare un leggendario killer sovietico in suolo americano sotto l’egida di una nota agenzia spionistica internazionale.

La giovane russa serrò le labbra con l’occhio fisso sul potente cannocchiale montato sulla sua arma: una volta che avesse individuata, la sua preda non avrebbe avuto scampo. Per l’ennesima volta si chiese chi fosse veramente quel Rogers e perché uno come Nick Fury lo tenesse in così alta considerazione. Nei dossier dei servizi segreti non c’era nulla su di lui. Dopo il loro incontro sul suolo russo lei aveva cercato notizie su quell’uomo sui database del GRU,[1] del SVR,[2] del FSB [3] e perfino del KGB,[4] ma senza avere il minimo successo. Chiunque fosse, quel Rogers era una sorta di fantasma. Smise di pensarci per concentrarsi sul suo compito.  Si chiedeva se sarebbe riuscita ad individuare il bersaglio nel caso non indossasse il suo costume: il suo volto sembrava abbastanza anonimo, il che andava a pennello per un esperto agente segreto specializzato in assassini, a pensarci bene.  Per fortuna Rogers le aveva dato delle foto del presunto Soldato d’Inverno senza maschera. Provenivano da un dossier che Rogers aveva avuto da Fury. Sembrava davvero un bel ragazzo, ma con un’espressione cupa e stranamente triste.

<<Vedova, mi senti?>>

Era la voce di Rogers. Yelena apprezzò il fatto che l’avesse chiamata col suo nome in codice. Accadeva di rado fuori dai confini russi. Quasi tutti, poi, pensavano dietro le sue spalle che lei non fosse all’altezza dell’originale. Gliel’avrebbe fatta vedere a tutti loro.

Calmati ragazza, pensa al tuo lavoro.

<Forte e chiaro, capitano.> rispose.

<<Il Soldato d’Inverno dovrebbe aver superato la hall. Indossa un giubbotto di pelle scura. Riesci ad individuarlo?>>

<Ora vedo> il potente cannocchiale scrutò l’area mentre Yelena aggiustava lo zoom <Ci sono, credo di averlo individuato.> il volto di un giovanotto dai capelli castani era ben inquadrato nel mirino telescopico. Yelena ingrandì ancora di più l’immagine <È proprio lui. Ce l’ho, posso prenderlo.>

<<Non sbagliare, avrai una sola occasione.>>

<Non sbaglierò.> fu la risposta della Chernaya Vdova (per usare il suo nome in codice nella sua lingua).

Un attimo dopo il proiettile partì.

 

Al di sotto un occhio allenato colse un inconfondibile luccichio sul tetto del palazzo alla sua sinistra. I riflessi del giovane furono incredibilmente rapidi. Alzò il braccio sinistro come per proteggersi e la mossa riuscì. Qualcosa si conficcò proprio nel bel mezzo del suo braccio artificiale: un dardo. Volevano addormentarlo, pare, beh meglio non offrire loro una seconda occasione.

Il Soldato d’Inverno cominciò a correre a zig zag tra la folla che si affrettava verso la Metro, facendo in modo di avere sempre qualcuno tra lui ed il mirino del fucile che lo stava quasi certamente ancora tenendo sotto mira. Doveva essere veloce, perché presto avrebbero potuto spuntare gli altri due che gli erano alle calcagna. Se fosse riuscito ad infilarsi nella Metro, non lo avrebbero ripreso più.

Si tuffò nell’entrata saltando un po’ di gente e scendendo le scale a rotta di collo. Saltò oltre lo sbarramento ed entrò nel primo convoglio che trovò un attimo prima che partisse.

Mentre il treno iniziava la sua marcia, vide arrivare il biondo, sempre lui, ma ormai era troppo tardi. Sarà per la prossima volta, amico, pensò. Perché ci sarebbe stata una prossima volta, ormai ne era certo.

 

 

Mezz’ora dopo, all’interno del Campidoglio.

 

Era stata una lunga corsa, giù per il corridoio sotterraneo e la linea sotterrane speciale che collegava tutti i palazzi del Complesso del campidoglio fino al famoso edificio principale sotto la cui cupola i due si trovavano in quel momento. La divisa da hostess di Sharon Carter era appena stropicciata. Quanto a Andrew Bolt, era apparentemente senza fiato, ma in buona salute.

Sharon stava ascoltando dal suo auricolare un resoconto degli ultimi avvenimenti direttamente da Steve.

<Qualcosa non va?> le chiese Bolt.

<Il suo aspirante assassino è riuscito a fuggire.> risponde la donna <Le abbiamo chiesto di fare da esca per niente.>

<Non se ne preoccupi. Non è certo la prima volta che cercano di attentare alla mia vita.>[5] replicò Bolt <Non mi sono tirato indietro allora e non ho voluto farlo oggi. D’altra parte non potevo negare un favore simile ad un’amica dell’Originale Capitan America. Non so se potrei mai definirmi suo amico, ma ho comunque un debito verso di lui che non potrò mai ripagare. Tutta la Nazione ce l’ha, del resto.>

Sharon resistette alla tentazione di scuotere la testa. Si chiese se Bolt credesse veramente a quello che stava dicendo. Forse si, forse lei non avrebbe dovuto essere così cinica.

In quel momento vide arrivare Steve assieme a Jack Monroe, ancora vestito da poliziotto, e Yelena col suo bel costumino. Sharon notò che istintivamente Bolt si stava aggiustando la cravatta per poi passarsi una mano tra i capelli. Uomini, pensò, tutti uguali, gli basta vedere un ombelico scoperto e cominciano a sbavare.

Beh, non tutti a dire il vero: Steve non perdeva mai la sua compostezza… beh quasi mai.

Insieme si recarono in un vicino ufficio vuoto.

Sharon si accorse che Jack ogni tanto si teneva il collo con una mano.

<Stai bene?> gli chiese.

<Si... si, sto bene.> replicò Jack forse con troppa foga, poi si rivolse a Rogers < Mi dispiace Steve, l’ho sottovalutato, era davvero in gamba, meglio di quel che pensassi. >

<Non stare a preoccuparti adesso.  Ero preparato ad un’eventualità simile – per quanto improbabile – per cui gli ho appiccicato una “cimice” addosso quando abbiamo combattuto. Siamo ancora in grado di rintracciarlo.>

<Bene, abbiamo una traccia almeno. Certo se la nostra “infallibile tiratrice” non avesse fatto cilecca non saremmo costretti ad arrivare a tanto. Dì un po’ compagna, cos’è successo? Ti è tremata la mano per l’emozione?>

<EHI!> gridò Yelena, irritata per l’affermazione <Guarda che sei tu che te lo sei fatto scappare mentre ce lo avevi tra le mani. Ma non dovresti essere un “supersoldato”, tu? Ecco cosa succede ad affidarsi ad un dilettante come te!>

<Perché non vieni qui e provi a ripeterlo?> disse con tono di sfida.

<BASTA, FINITELA! Non è il momento di comportarsi da ragazzini! La missione non è terminata!> li riprese Steve.

<No, invece! La missione non può andare avanti finché non vuoti il sacco, Steve! Cosa mi stai nascondendo? Tu non ce la stai raccontando tutta...>

<Jack, non è il momento adesso…>

<Si che lo è! Nel video in cui stendeva quel Rosso non lo avevo riconosciuto, ma adesso l’ho guardato in faccia dalla stessa distanza da cui ora sto guardando te… vuoi che non riconosca un viso che è tanto uguale al mio? Chi è realmente questo dannato Soldato d’Inverno, Steve?> disse a muso duro.

Steve guardò Bolt che stava facendo l’indifferente, ma era sicuramente interessato. Meglio non parlare davanti a lui, si disse. Meno gente sa e meglio è.

<Ti ho detto, non adesso, Jack.> disse risoluto <Ne riparleremo una volta tornati nella nostra sede. Saprai tutto, te lo prometto.>

Uhm... va bene, Steve.> bofonchiò Jack

Steve si voltò verso Bolt.

<Spero che possiamo contare sula sua discrezione Congressista.>

<Sicuramente.> rispose l’altro <È il meno che possa fare per voi. Peraltro non ho nemmeno capito per quale agenzia lavorate.>

<Meno ne sa e meglio è, mi creda.> tagliò corto Steve <Piuttosto, ora che sappiamo per certo che lei è un bersaglio, farò in modo che abbai protezione 24 su 24.>

<Non si preoccupi di quello… piuttosto… io la conosco? Il suo volto mi sembra vagamente familiare.>

<Ho vissuto a Brooklyn per anni.> risponde Steve un po’ imbarazzato <Ho anche fatto campagna per lei alla sua prima elezione.>

<Davvero? Peccato che non sia più tra i miei elettori allora. Oh beh, scusatemi , ma sta per iniziare la riunione della mia sottocommissione e dopo quello che è successo non mi sembra il caso di perderla, non credete?>

Quando fu uscito Steve si rivolse agli altri:

<si torna alla base.>

 

 

Canale della Manica 2 maggio 1945.

 

Il sottomarino con la stella rossa stava incrociando quelle acque, gelide anche a primavera inoltrata, da diverso tempo ormai, impegnato in una missione segreta.

<Ancora nulla?> chiese un uomo sui 55 anni, calvo, con baffi e pizzetto che lo facevano assomigliare vagamente a Lenin. Indossava la divisa dell’Armata Rossa ed i gradi sulle sue spalline dicevano che era un Maggior Generale

<No, compagno generale.> replicò il comandante del sottomarino <Stiamo scandagliando queste acque da ore ormai e non abbiamo ottenuto nulla. Io dico di invertire la rotta.>

<Non sta a lei deciderlo, comandante.> replicò il generale <Lei sarà anche l’autorità suprema qui a bordo, ma questa missione la comando io.>

<Faccia quel che vuole, Compagno Karpov, io mi preoccupo di quello che succederà se la Marina Britannica ci scoprisse. Ai nostri alleati non piacerebbe quello che stiamo facendo senza la loro autorizzazione.>

<I nostri alleati di oggi potrebbero diventare i nemici di domani. Il Compagno Stalin questo lo ha capito benissimo e si sta regolando di conseguenza. Si ritenga fortunato che non riferisca le sue parole al suo Commissario Politico.>

Il comandante borbottò qualcosa a bassa voce, poi tacque

Il Maggior Generale Vasily Karpov sogghignò divertito: certe minacce facevano sempre effetto. Ovviamente si guardò bene dal dire al comandante che se la missione fosse fallita lui avrebbe potuto correre rischi peggiori dei suoi.

Tutto era cominciato un paio di giorni prima, quando era arrivato un rapporto del Guardiano Rosso relativo ad una missione effettuata nel cuore della Berlino devastata assieme a tre avventurieri in costume americani: Capitan America, lo Spirito del 76 ed il Patriota. Lo scopo della missione era catturare l’infame Teschio Rosso, di cui si diceva che fosse in procinto di fuggire portando con se misteriosi segreti.[6]

Karpov ricordava benissimo quello che il Teschio Rosso aveva fatto in Russia con le sue mirabolanti macchine di morte capaci di fare cose straordinarie. C’erano voci secondo cui la sua tecnologia derivava da un’astronave aliena caduta in Germania all’inizio della guerra ma Karpov non dava molto credito a simili voci fantasiose, era decisamente più concreto.

Dal rapporto del Guardiano Rosso risultava che solo Capitan America era riuscito a raggiungere il Teschio Rosso, il quale era poi morto in seguito al bombardamento del suo bunker. A quanto sembra il Capitano aveva recuperato una misteriosa cassetta in possesso del Teschio Rosso. Che contenesse i segreti del dannato nazista? Karpov aveva convinto i suoi superiori a mandarlo personalmente sulle tracce di quella cassetta. Seguire gli spostamenti di Capitan America non era stato facile, ma a quanto era stato mandato su un’isola del canale, non lontano da Gibilterra, assieme alla sua spalla Bucky per sorvegliare un nuovo tipo di aereo telecomandato.

C’erano agenti a terra, ma Karpov aveva preferito il sottomarino. Un’esplosione era stata registrata sopra le loro teste quella stessa mattina. Il loro agente sul posto aveva riferito che l’aereo era esploso in volo e che l’esplosione aveva coinvolto due soldati che avevano cercato di fermarlo. Karpov era convinto che i due soldati non fossero altro che Capitan America e Bucky in incognito ed era deciso a recuperarli, ma finora le ricerche non avevano dato esito ed a malincuore il generale era costretto ad ammettere con se stesso che di lì a poco avrebbe dovuto ordinare il ritorno a casa.

<Compagno, c’è qualcosa.> nella voce del tecnico addetto a quella meraviglia tecnologica chiamata sonar c’era un tono di evidente eccitazione <Qualcosa di grosso.>

Karpov era decisamente soddisfatto. Avevano trovato quel che cercavano, ne era sicuro.

<Recuperatelo!> ordinò seccamente.

Si trattava effettivamente di un corpo umano: era un ragazzo dell’apparente età di 17/18 anni, dai capelli castani. Indossava un’uniforme dell’Esercito Americano a brandelli in più punti ed era privo quasi del tutto del braccio sinistro, colpa dell’esplosione, sicuramente. Non c’era emorragia e la ferita appariva quasi cauterizzata. Merito probabilmente delle acque gelide che sembravano averlo congelato.

<Questo non può essere Capitan America.> osservò il comandante.

<No.> convenne Karpov osservando il costume che emergeva dai brandelli dell’uniforme -È il suo aiutante: quello che chiamano Bucky.>

 

 

Base segreta, New York. Oggi.

 

Erano tutti in costume adesso, il che per l’Agente 13 significava una tuta simile a quelle dello S.H.I.E.L.D. solo di colore bianco ed erano in attesa di Steve Rogers che entrò subito dopo vestito anche lui con la tuta azzurra con decorazioni bianche e rosse ed una stella sul petto fornitagli da Nick Fury.

Steve si schiarì la voce, poi cominciò a parlare:

<Avete tutti diritto ad una spiegazione. Nomad aveva ragione: vi ho tenuto nascosto qualcosa. Ho anche  chiesto a Nick Fury di modificare parzialmente il video che vi abbiamo mostrato, per evitare che poteste  riconoscerlo dalle immagini come è accaduto a me… volevo parlarvene solo a cose finite …>

<Chi è, Steve?> chiese Jack, ma in cuor suo temeva di sapere la risposta.

Steve si prese qualche secondo per rispondere, poi prese un respiro e gli rispose:

  Bucky,  Jack, Bucky Barnes.>

<Bucky B… ma sei sicuro? Proprio quel Bucky?>

<Si, proprio lui.>

<Un momento, un momento.> intervenne Yelena <Voi state parlando del partner dell’originale Capitan America, quello che è morto nel 1945?>

<Si.> confermò Steve <Solo che non è morto: è sopravvissuto come… come il suo mentore.>

<Ma come ha fatto a sopravvivere? E soprattutto perché lavora per i Rossi?> insistette un perplesso Nomad.

<Vacci piano a dire certe cose, amico.> ribatté Yelena <I Comunisti non governano più la Russia da un pezzo ormai ed ora il Soldato d’Inverno non lavora certo per il mio governo.>

<Certo, come no. Ho letto abbastanza del vostro Premier da aver capito bene come intende la democrazia. Credi davvero che te lo direbbe se il Soldato d’Inverno avesse lavorato per lui?>

<Usa la testa, idiota: se fosse così  mi avrebbero concesso di venire qui per catturarlo? Quello è solo un burattino di Zakharov[7] ed anche noi russi vogliamo neutralizzarlo.>

<Ok, ok , non ti scaldare, ragazza, dicevo così per dire. Peraltro devo ancora capire come Bucky Barnes sia diventato una macchina di morte dei sovietici.> insistette Nomad.

<Vi ragguaglierò dopo.> replicò Steve <Non c’è tempo per i dettagli ora. Dobbiamo dargli la caccia, e forse riusciremo a mettere le mani anche su Zakharov.>

 

 

Una base egualmente segreta da qualche altra parte.

 

Indossava una tuta verde con inciso sul petto il vecchio e glorioso simbolo della falce e martello, ai piedi aveva stivali militari, sulle spalle era drappeggiato un mantello rosso e rossa era pure la maschera che indossava, una sinistra maschera a forma di teschio molto realistica. Aleksandr Lukin sorrise entrando nel salone dove erano radunati s suoi seguaci. Il fido Leon aveva molto da ridire sulla mascherata che aveva adottato, ma lui la trovava efficace: i suoi agenti non avrebbero mai potuto tradirlo, perché, ammesso che fossero catturati, avrebbero potuto solo dire che erano al servizio del Teschio Rosso e nulla poteva collegare il redivivo Teschio Rosso comunista ad Aleksandr Lukin, distinto uomo d’affari russo, leader di una multinazionale in costante espansione.

I suoi agenti lo attendevano nel salone ed avevano un’aria tra l’annoiato e l’ansioso. Tutti, tranne il Soldato d’Inverno, impenetrabile come sempre.

L’Esecutrice aveva un’aria strafottente, come suo solito , e si gingillava con una pistola, Finisher era mollemente appoggiato su una poltrona, Madame X indossava la sua impeccabile divisa ed il misterioso Electro stava immobile.

Ce n’erano anche altri, ma erano trascurabili, almeno per il momento.

Al suo arrivo quelli che erano seduti si alzarono e tutti sollevarono il braccio sinistro stretto a pugno.

Un po’ di teatralità non guasta mai, pensò Lukin, aiuta a costruire lo spirito di corpo.

<Ho incarichi per tutti voi.> disse <Ma prima devo parlare col Soldato d’Inverno.>

<La mia missione è fallita, signore.> disse questi <Per la prima volta nella mia carriera ho fallito un bersaglio ed è di nuovo colpa di quell’uomo che dice di conoscermi.>

<Poco importa.> tagliò corto questi <Bolt era un obiettivo meno importante del portare allo scoperto i nostri avversari e questo lo abbiamo raggiunto. Dammi i dettagli.>

<Erano almeno quattro, direi: quello che ho combattuto anche in Siberia, un altro che ha portato in salvo Bolt, un terzo vestito da poliziotto, ma credo fosse un camuffamento, ed infine uno che mi ha sparato dal tetto del palazzo vicino mentre fuggivo. Ha usato un dardo narcotizzante che ho parato col braccio bionico. Mi volevano vivo evidentemente.>

Non ne dubito, pensò Lukin, l’originale Capitan America ci tiene all’incolumità del suo vecchio partner.

<C’è altro?>

<Si signore. L’altro uomo con cui mi sono battuto… quello vestito da poliziotto… mi assomigliava. Non era esattamente identico, ma il suo viso era simile al mio. È stato… strano.>

Lukin fece un altro sorriso. Tutto tornava: doveva trattarsi del Bucky anni 50, quello che il suo predecessore e molti dei presenti avevano combattuto assieme ad un sostituto di Capitan America, lo stesso, ora Lukin ne era sicuro, che riposava nella tomba ad Arlington in cui tutti credevano fosse sepolto l’originale. Non poteva capire perché questi avesse preferito farsi credere morto, ma non aveva importanza: la sola cosa importante era portarlo allo scoperto e catturarlo. Doveva trovare il modo. Almeno avesse saputo dove si nascondeva, ma tutti loro avevano delle stramaledette identità segrete e lui non sapeva niente di loro. Un momento…  non era esattamente vero. C’era almeno un membro di quel gruppo su cui erano disponibili informazioni che potevano essere utili. Si rivolse ancora al Soldato d’Inverno:

<Sei sicuro che non ti abbiano seguito?>

<Assolutamente.> rispose questi <Ho fatto perdere le mie tracce.>

<Bene. So che non lo diresti se non fossi assolutamente sicuro.>

Lukin appoggiò la mano sulla spalla sinistra del suo agente, non distante da dove, poche ore prima, Steve Rogers aveva piazzato un microsegnalatore. Grazie a quello il suo gruppo avrebbe presto trovato il suo covo, ma Lukin, questo non poteva saperlo.

 

Poco più tardi Lukin, ora in abiti “borghesi” faceva ritorno alla sua villa di Brighton Beach dove lo aspettava il suo fedele braccio destro.

<Allora Leon, hai contattato il nostro uomo all’F.B.I. … com’è che si chiama?>

<William Sullivan.> rispose Leon <Ha promesso di farci avere quanto prima il dossier completo di Nomad.>

<Ottimo. Dal momento che il Nomad che ho incontrato in Germania ed a Montecarlo ed il Bucky degli anni 50 sono la stessa persona, questo vuol dire che neanche lui è morto come aveva affermato lo S.H.I.E.L.D. a suo tempo.[8] Esaminando il suo dossier potremmo trovare indizi per rintracciarlo e trovato lui, troveremo anche gli altri.>

 

 

Base segreta di Steve Rogers e la sua squadra.

 

<Ancora nulla, Sharon?>  domandò Steve.

<No, ancora non si è fermato. Il segnalatore che gli hai piazzato indica che è ancora in movimento.>

<Chiamaci se ci sono novità.>

<Senz’altro.>

<Non potevamo seguirlo con la macchina volante?> chiese Jack.

<Dava troppo nell’occhio.>

<Ok, ma allora Fury non poteva dotarci di un jet invisibile ai radar o che so io? Odio starmene qui con le mani in mano!>

<Sta facendo i salti mortali per equipaggiarci. Siamo un team ombra che non risponde a nessuno, non è facile procurarci tecnologia e mezzi.>

<E fatemelo dire sta facendo un ottimo lavoro. Quell’uomo è straordinario.> disse Yelena.

<Vorrei ricambiare tanta stima con delle buone notizie, ma purtroppo non è così.> disse Fury, arrivando all’improvviso.

<Che intendi dire, Nick?>  disse Steve, colpito da tale affermazione.

<Ricordi che avevo detto ai miei di aprire gli occhi nel caso Zakharov avesse mostrato il suo brutto muso … beh hanno rispettato i miei ordini e guarda cos’è saltato fuori …>

Lanciò sulla console una busta contenenti alcune foto.

<Hanno trovato il nostro generale sovietico in una discarica di Brighton Beach con due buchi nel petto. L’autopsia afferma che è deceduto quattro giorni fa, quindi chiunque voleva accoppare Bolt non era lui.>

<Dunque dietro al Soldato d’Inverno c’è qualcun altro… a questo punto mi chiedo chi…> disse la Vedova.

  il Teschio Rosso, Steve, o meglio quell’impostore di Montecarlo. Sono pronto a scommetterci!> esclamò Nomad.

Effettivamente – pensò Steve - le alternative cominciavano a scarseggiare… ma chi si celava sotto la maschera da Teschio? Di certo non Albert Malik … a meno che anche lui non fosse tornato dall’aldilà. Quella dei criminali che resuscitavano stava diventando una fastidiosa abitudine.

<Ci siamo!> gridò Sharon  <S’è fermato. Ho isolato il segnale. È  in pieno centro, al Plaza Hotel!>

<Ottimo! L’abbiamo inchiodato! Muoviamoci! Andiamo a prenderlo!> urlò Steve al resto del team

 

 

Plaza Hotel. Quella sera.

 

<Ok, siamo dentro.> disse Sharon all’auricolare. Lei e Yelena, vestite da cameriere, si avvicinarono agli ascensori.

<Il segnale si fa sempre più forte ad ogni piano.>

<Bene> rispose Steve <Non appena  si stabilizza avvisateci.>

Le due donne presero l’ascensore riservato alle suite e salirono fino all’ultimo piano, dove il segnale si era fatto più forte. Si tolsero gli abiti di copertura ed indossarono rapidamente le rispettive uniformi.

<Ok ci siamo. È  nella Royal Plaza suite.>

<Ok allora. Muoviamoci!>

Steve e Nomad si lanciarono dai cavi, attraversando il cielo scuro e sfondando le finestre, rotolando per terra e rialzandosi all’istante. Nello stesso istante Yelena sfondò la porta e lei e Sharon entrarono a pistole spianate. Nella prima stanza però non c’era nessuno e dopo una rapida quanto accurata osservazione dell’ambiente entrambe le coppie si accorsero di essere state giocate.

<Maledizione! È  una trappola!> gridò la giovane russa, poco prima che la stanza si riempisse di gas narcotizzante che in pochi secondi tramortì tutta la squadra.

 

 

FINE SECONDA PARTE

 

 

NOTE DEGLI AUTORI

 

 

E così ecco finire anche la nostra seconda parte

Come nostra abitudine, ecco un paio di note esplicative

1)    Il Congressista Andrew Bolt è stato creato da Mark Waid & Ron Garney in Captain America Vol. 3° #4 (Capitan America & Thor #50) ed è vero che Steve Rogers (non Capitan America) ha fatto campagna per lui. Bolt è ricomparso in MIT su Difensori #20/22, 27/31 e 35 ed ha avuto un ruolo rilevante nell’ammissione di Atlantide all’ONU.

2)    I più attenti tra di voi avranno trovato molte somiglianze tra la scena in flashback ambientata verso la fine della Seconda Guerra Mondiale ed una analoga apparsa in Captain America Vol. 5° #8 (In Italia su Thor & I Nuovi Vendicatori 85) ad opera di Ed Brubaker (testi) & Michael Lark (disegni). In effetti non neghiamo di esserci ispirati a quella scena arricchendola però da nuovi dettagli e legandola anche ad eventi di altre storie di Capitan America. Per la precisione...

3)    In Captain America Annual #13 Roy Thomas ci narrava di una missione di ben quattro eroi, tre americani ed un sovietico, in una Berlino ormai al collasso in quella che presumibilmente era la notte tra il 29 ed il 30 aprile 1945, giorno del suicidio di Hitler (o, se prestate fede alla Atlas Comics, giorno in cui fu ucciso dalla Torcia Umana originale). Oltre  a Capitan America erano presenti lo Spirito del 76 ed il Patriota, entrambi destinati ad assumere il ruolo di Cap dopo la scomparsa del primo, ed il Guardiano Rosso, simbolo del popolo e del governo sovietico (che nella visione di Stalin erano la stessa cosa). La sfida finale tra il Teschio Rosso e l’originale Cap (o almeno quella che lui allora percepì come tale) avvenne quella notte: il Teschio Rosso morì apparentemente quella notte e Cap sopravvisse, recuperando una misteriosa cassetta che il Teschio portava con se. Dopo la scomparsa di Cap, la cassetta assieme al resto dei suoi effetti personali fu custodita dall’Esercito e gli fu restituita, in circostanze mai svelate, dopo che fu ritrovato dai Vendicatori nell’ormai storico Avengers Vol. 1° #4. La cassetta conteneva alcuni disegni originali di Hitler (che, come dovreste sapere, si dilettava nella pittura) e la copia del progetto Dormienti, come sanno bene coloro che hanno letto Tales of Suspense #72/74 (ristampati di recente dalla Marvel Italia).

4)    Il generale Karpov non ci credeva, ma è vero che il Teschio Rosso ottenne le sue meraviglie scientifiche avanzatissime per l’epoca impadronendosi di tecnologia aliena come narrato in Invaders Vol. 1° #1/2 e Nick Fury Agent of S.H.IE.L.D. Vol 2° #1/4.

E questo è tutto, ci rivediamo nel prossimo episodio.

 

 

Carlo & Carmelo

 



[1] Glavnoye Razvedyvatel'noye Upravle: Direttorato Principale Informazioni, il servizio segreto miltare sovietico prima e russo oggi.

[2] Sluzhba Vneshney Razvedki: Servizio Informazioni Estere, l’omologo russo della CIA

[3] Federal'naya sluzhba bezopasnosti: Servizio Federale di Sicurezza, sorta di omologo russo del FBI, che si occupa, tra le altre cose, di controspionaggio.

[4] Komitet gosudarstvennoy bezopasnosti: Comitato per la Sicurezza dello Stato, lo storico servizio segreto dell’U.R.S.S. fondato nel 1954 e sciolto nel 1991, che si occupava di sicurazza sia esterna che interna.

[5] Gli è già accaduto in Difensori MIT #22.

[6] Un resoconto sintetico di avvenimenti accaduti in Captain America Annual #13 del 1994.

[7] Il generale Nikolai Aleksandrovich Zakharov ha impiegato il Soldato d’Inverno contro il suo stesso governo in Steve Rogers Super Soldier #3, ma i nostri eroi al momento ignorano che è stato ucciso dallo stesso soldato d’Inverno, su ordine di Aleksandr Lukin in apertura dello scorso episodio.

[8] Jack Monroe è stato dichiarato ufficialmente morto in Nomad #25, ultimo numero di quella serie, purtroppo ancora inedito in Italia.